
La tradizione del Pan e Vin è uno dei riti popolari più sentiti nel Veneto e in alcune zone limitrofe del Nord-Est italiano, arrivando fino al Friuli e all’Emilia. Profondamente legato al mondo contadino, al ciclo dell’anno agricolo e alla dimensione comunitaria dei paesi di campagna, questa usanza rappresenta molto più di un semplice falò: è un momento di incontro, di memoria collettiva e di augurio per il Nuovo Anno.
Ancora oggi il Pan e Vin continua ad essere celebrato in numerosi paesi veneti, mantenendo viva la tradizione, grazie soprattutto all’azione dei Comuni e di tanti gruppi di volontari.
Che cos’è il Pan e Vin
Il Pan e Vin è un rito che si celebra la sera del 5 gennaio, vigilia dell’Epifania e che prevede l’accensione di un grande falò per “bruciare l’anno vecchio“. In dialetto veneto, l’espressione significa letteralmente pane e vino, simboli essenziali di nutrimento, abbondanza e convivialità.
Il fuoco viene acceso all’aperto, spesso in campi, cortili o piazze, utilizzando legna, sterpaglie e soprattutto una struttura centrale chiamata “vècia” o “strìa”, ovvero un fantoccio di paglia, solitamente abbigliato da vecchia signora, che rappresenta l’anno passato, le difficoltà superate e tutto ciò che si desidera lasciare andare.
Origini antiche e significato simbolico
Le origini del Pan e Vin sono precedenti al Cristianesimo e affondano le radici nei riti agricoli di epoca indoeuropea, legati al culto del fuoco e ai cicli stagionali. Il fuoco è da sempre considerato un elemento sacro, capace di purificare, proteggere e favorire la fertilità dei campi e così era anche per l’antico popolo dei Paleoveneti che hanno che hanno abitato la Pianura Padana orientale e le regioni adriatiche già intorno al 1000 a.C.
Con il passare dei secoli, il rito pagano si è progressivamente intrecciato con la tradizione cristiana dell’Epifania. Il Cristianesimo ha riletto i falò dell’Epifania come luci accese dai pastori per scaldarsi e asciugare i panni del Bambin Gesù, oppure come fuochi guida per i Re Magi, smarritisi nel loro cammino verso Betlemme. Il significato profondo del rito, però, è rimasto invariato, nonostante le interpretazioni religiose: bruciare il vecchio per fare spazio al nuovo, invocare un buon raccolto per l’anno a venire, proteggere la comunità da carestie, malattie e sfortune.
Il falò diventa così un ponte simbolico tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che verrà.


La “vècia”: il cuore del falò
Molti bambini credono che la figura bruciata nel falò sia la Befana. In realtà, ciò che prende fuoco durante il Pan e Vin è la “vècia”, una figura simbolica che incarna l’anno trascorso, l’inverno, le paure collettive e le difficoltà affrontate dalla comunità.
Il nome e l’aspetto cambiano a seconda delle zone: Vecia Veneta, Redodesa, Marantega. Queste figure richiamano antiche divinità femminili legate alla notte, al ciclo del tempo e alla rigenerazione, come Reitia, dea venerata dagli antichi Veneti. In alcune interpretazioni, l’effigie rappresenterebbe una divinità notturna che, con il ritorno della luce dopo il solstizio d’inverno, si trasforma e lascia spazio a una nuova fase dell’anno.
Il momento in cui la vècia viene avvolta dalle fiamme è sempre carico di emozione e spesso accompagnato da applausi, canti e grida di buon auspicio.
Il falò e i riti propiziatori
Tradizionalmente la catasta di legna viene costruita attorno a un palo centrale robusto, spesso di acacia o di altro legno resistente. In alcune zone i pali sono tre e rappresentano i Re Magi o la Trinità. Secondo la credenza popolare, questi pali non dovrebbero essere rimossi prima di otto giorni, fino all’ottava dell’Epifania: farlo prima porterebbe sfortuna, carestie o malattie. Anche un accidentale crollo della struttura durante il rogo è interpretato come segno di malauspicio.
Intorno al falò si svolgevano (e si svolgono ancora oggi in alcune zone) diversi riti propiziatori: fare tre giri di corsa attorno alla catasta, affidare l’accensione iniziale a un bambino con l’aiuto di un adulto, recitare filastrocche o invocare la protezione divina. In passato non era raro che il falò venisse benedetto dal parroco e lo scoppiettare dell’acqua santa nel fuoco altro non era che il demonio che si dava alla fuga.
In alcune località, prima dell’accensione, si tiene il processo alla vècia: una rappresentazione teatrale in cui vengono elencate le colpe e le disgrazie dell’anno passato, simbolicamente espiate con il rogo finale.
Il ruolo dei bambini e della comunità
Storicamente il Pan e Vin era una festa in cui la partecipazione dei bambini era fondamentale. Nei giorni precedenti, gruppi di ragazzi giravano per le case del paese chiedendo legna, fascine o dolci, annunciando l’evento con filastrocche e canti in dialetto.
Ancora oggi il Pan e Vin è un momento in cui la comunità si ritrova, indipendentemente dall’età, dal ruolo sociale o dalla provenienza. Non è raro infatti vedere ai Pan e Vin veneti, soprattutto in città, anche tanti stranieri che vivono qui in Italia e che sono ormai abituati a partecipare agli eventi folkloristici locali, soprattutto perché sono sempre una festa per i bambini!


I presagi: leggere il fumo e le scintille
Uno degli aspetti più affascinanti del Pan e Vin è la lettura dei presagi attraverso il fumo del falò. A seconda della direzione presa dal fuoco, si traevano auspici per l’anno nuovo:
- fumo verso est: buon raccolto
- fumo verso ovest: annata difficile
- fumo che sale dritto: anno né buono, né cattivo.
Queste interpretazioni, pur non avendo valore scientifico, rappresentano una forma di saggezza popolare legata all’osservazione della natura che mantiene il proprio fascino e tutti non vedono l’ora di vedere dove porteranno le fiamme, ma soprattutto le scintille.
Qui da noi infatti, nella provincia di Venezia, si dice:
« faìve a levante, panoce tante…faìve a ponente, panoce gniente » (faville a est, tante pannocchie…faville a oves, niente pannocchie)
ma ho sentito dire anche:
«Se le fuische le va a matina, ciol su el saco e va a farina. Se le fuische le va a sera, polenta pien caliera» (se le scintille vanno a est, prendi il sacco e vai a elemosinare farina…se le scintille vanno a ovest, la pentola sarà piena di polenta).
In generale questo detto deriva dal fatto che la Bora da levante, il vento che soffia da Nordest, fredda e secca, era presagio di un anno magro, mentre il Ponente o Libeccio, più umido e mite, annunciava fertilità e abbondanza.
Cibo, vino e convivialità
Come suggerisce il nome stesso, il Pan e Vin è anche un momento di condivisione del cibo. Attorno al falò si consumano, solitamente
- vin brulé
- the caldo
- pinza
- pasta e fasìoi
- caldarroste
- frittelle e dolci natalizi
La pinza, preparata con farina di mais, fichi secchi, uvetta e semi di finocchio, è uno dei simboli gastronomici dell’Epifania. Mangiare insieme davanti al fuoco rafforza il legame tra le persone e rende il rito un’esperienza sensoriale completa, che coinvolge vista, olfatto, gusto e udito.
Non solo: in un Pan e Vin che si rispetti non può mancare l’arrivo della Befana che, in vista dell’Epifania, porta dolci ai bambini. Oggi per lo più si tratta di calze confezionate, ma l’incontro con la Befana è sempre un’emozione per i più piccoli!


Varianti locali della tradizione
Pur mantenendo una struttura comune, il Pan e Vin presenta numerose varianti locali: in alcune zone viene chiamato Panevin, in altre Piroea, Foghera, Casera, Brusa la vècia e molti altri ancora.
Cambiano le filastrocche, i canti e i rituali e in certi paesi il falò è accompagnato da musica, balli o fuochi d’artificio, ma l’essenza della tradizione rimane la stessa ed è impressionante pensare da quanti anni questo rito viene celebrato.
«Pan e Vin, Pan e Vin, la pinsa sotto il camin.»
Il Pan e Vin oggi
Oggi il Pan e Vin è spesso organizzato da pro loco, associazioni culturali, parrocchie, comuni. Tuttavia ci sono ancora privati che lo organizzano a casa propria, solitamente in campagna. Il Pan e Vin domestico è possibile solo nel rispetto delle normative locali e delle disposizioni sulla sicurezza e sulla qualità dell’aria, perciò va sempre chiesta autorizzazione al proprio Comune di residenza.
Le normative di sicurezza hanno modificato alcune modalità e non sono mancati gli anni in cui i falò sono stati vietati a causa di problemi con la qualità dell’aria, a cui purtroppo i falò dei Pan e Vin finiscono per contribuire notevolmente.
Negli ultimi anni il numero dei falò si è ridotto, ma quelli ufficiali sono diventati punti di riferimento per intere comunità e continuano ad attirare famiglie e visitatori, anche da fuori.
Conclusione
In un mondo sempre più veloce e digitale, il Pan e Vin ci ricorda l’importanza dei riti, della lentezza e dello stare insieme. Noi lo amiamo soprattutto per questo, perché attorno a quel falò molto spesso troviamo amici, vicini, conoscenti e persone con cui scambiare due parole, magari con un bicchiere fumante di vin brulé in mano.
I nostri Pan e Vin preferiti, oltre a quelli vissuti a casa di amici, sono quello dei Bersaglieri di San Donà di Piave che si svolge nella golena del Parco Fluviale del Piave (ecco un video dell’evento di qualche anno fa):
…e quello di Ca’ Memo che si svolge in una frazione di Noventa di Piave, dove ad accendere il falò è la sagoma infuocata di una Befana a cavallo di una scopa.
Se ami le tradizioni venete, leggi anche i nostri articoli sulla tradizione di Santa Lucia, tipica del veronese, e la festa di San Martino, molto sentita a Venezia.







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